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Carità e giovani: come coinvolgerli davvero nelle attività solidali in parrocchia

📅 22 Agosto 2026✍️ di Giovanni Martorelli⏱️ 3 min di lettura

Coinvolgere i giovani nelle attività di carità parrocchiale richiede un cambio di prospettiva: basta caricare di doveri morali. Servono progetti concreti, autonomia decisionale e una comunità che ascolti davvero. Solo così la solidarietà diventa scelta consapevole, non imposizione.

Il problema della disaffezione giovanile

Le parrocchie si lamentano del calo di partecipazione tra i giovani. Ma spesso offrono loro ruoli passivi: raccogliere fondi, distribuire pacchi alimentari sotto istruzioni precise, attendere sermoni sulla generosità. È il modello paternalistico che non funziona più. I ragazzi oggi vogliono capire il “perché” prima di mettersi in moto.

La carità viene presentata come obbligo religioso, quando potrebbe essere esperienza trasformativa. Un giovane che aiuta senza comprendere il contesto socioeconomico della povertà che sta affrontando non sviluppa coscienza critica. Semplicemente obbedisce.

Questo è il primo errore: trattare i giovani come esecutori anziché pensatori.

Progettualità e protagonismo: la chiave

Le esperienze di successo partono da un presupposto radicale: i giovani devono disegnare l’attività, non solo parteciparvi. Una parrocchia che chiede ai ragazzi “cosa vorreste fare per la comunità?” ottiene risposte sorprendenti. Laboratori di riparazione per anziani soli, corsi di digital literacy per migranti, raccolte fondi per cause scelte direttamente loro.

Quando un ventitreenne diventa responsabile di un progetto, quando può fallire e imparare dall’errore, quando vede i risultati concreti del suo impegno: allora la carità cessa di essere virtù astratta e diventa azione consapevole.

Il protagonismo funziona anche dal punto di vista organizzativo. I giovani conoscono i social media, le piattaforme di crowdfunding, le reti di condivisione. Se la parrocchia offre loro questo spazio, ottiene strumenti di comunicazione molto più efficaci dei tradizionali foglietti informativi.

Community e appartenenza autentica

Nessuno si impegna in una comunità astratta. I giovani hanno bisogno di relazioni vere, non di contatti saltuari con volontari adulti. Questo significa costruire Comunità intergenerazionali dove le fasce d’età lavorano fianco a fianco, non in parallelo.

Una cena settimanale prima dell’attività di volontariato, momenti informali di confronto, la possibilità di portare amici non credenti: sono questi i dettagli che trasformano un impegno occasionale in appartenenza duratura.

La ricerca sociologica lo conferma: la permanenza nel volontariato dipende più dal legame con il gruppo che dalla causa stessa. Una parrocchia che investe nella coesione interna della sua équipe giovane vede moltiplicarsi le adesioni per passaparola.

Spazi di ascolto e discernimento

I giovani hanno anche crisi di fede, dubbi sulla religione, domande che gli adulti talvolta temono di affrontare. Una parrocchia che vuole coinvolgerli davvero non può ignorare questa dimensione. Servono spazi di dialogo autentico, non catechesi rigida.

Il volontariato solidale diventa luogo di Discernimento spirituale quando la comunità sa riconoscere in quelle domande non una minaccia, ma il seme di una fede più consapevole. Un giovane che aiuta un povero non perché obbligato, ma perché vede in lui Cristo sofferente, ha compiuto un salto di qualità spirituale enorme.

Questo richiede accompagnatori preparati, che sappiano leggere i segni, che non abbiano fretta di dare risposte preconfezionate.

Azioni concrete per subito

Convoca i giovani a una riunione di ascolto. Chiedi loro quale forma di povertà li colpisce di più: la solitudine degli anziani, l’esclusione dei migranti, l’analfabetismo digitale, la depressione giovanile stessa. Lascia che loro decidano il primo progetto, anche se avrà degli attriti.

Nomina un giovane come coordinatore con supervisione adulta, non controllo. Documenta tutto sui canali che loro usano. Celebra pubblicamente i risultati. Permetti anche fallimenti gestiti costruttivamente.

La carità non nasce da sermoni sui poveri. Nasce dal contatto diretto, dalla responsabilità personale, dal legame con una comunità che accoglie il tuo contributo come prezioso.

Qui la parrocchia diventa quello che dovrebbe essere sempre: non un’istituzione che distribuisce carità dall’alto, ma uno spazio dove le persone scoprono di essere capaci di cambiare il mondo insieme.

Giovanni Martorelli

Giovanni Martorelli, dopo un viaggio in Terra Santa, ha sviluppato una viva passione per la narrazione delle esperienze spirituali. Collabora con parrocchie della sua zona nella preparazione di percorsi catechetici per adulti e si occupa di valorizzare il dialogo tra tradizione e attualità.